Il danno psichico

 (nuova edizione rinnovata e aggiornata)

di Renato Voltolin[1]

 

Problemi di definizione, determinazione e quantificazione[2]

 

Premessa

Il presente scritto è tratto da un più ampio lavoro in preparazione, ed è stato adattato a fini seminariali. Esso si pone come una breve trattazione del tema prescelto, a partire dalla quale sia possibile articolare un proficuo raffronto di opinioni ed è rivolto agli psicologi giuridici ma anche, e soprattutto, agli uomini di legge, convinto, come sono, che il futuro della Psicologia giuridica, alla quale compete la valutazione del danno psichico, non possa che fondarsi su un periodico confronto e su una collaborazione interdisciplinari.

Alla Psicologia va attribuita, per così dire, una competenza di merito, all’uomo di Legge va attribuita la competenza sulla verifica dell’applicabilità delle conoscenze acquisite.

Spero che questo lavoro, nato come stimolo seminariale, oltre che come tentativo di chiarificazione di alcune problematiche peculiari al tema trattato, permetta, dunque, di rendersi anche conto di quale sia la natura delle difficoltà che si interpongono ad una reale collaborazione tra Psicologia e Giustizia, e sia in grado di far intravedere le opportunità che devono essere create oltre che ricercate, perché detta interdisciplinarietà diventi effettivamente funzionale. Se poi, così come si sostiene da parte di molti giuristi, l’Ordinamento giuridico intende davvero procedere verso una sempre maggiore considerazione per il problema della tutela psico-fisica della persona soggetto di diritto, fino a qualche tempo fa decisamente subordinata agli interessi collettivi, allora l’utilizzazione delle conoscenze psicologiche da parte della Giustizia diventa ineludibile.

Del resto, non solo l’introduzione del danno alla salute tra quelli risarcibili in campo privatistico, ma anche altre innovazioni normative, quali l’istituto dell’Amministrazione di sostegno a fianco di quelli dell’inabilitazione e dell’interdizione, la rubricazione del reato di violenza sessuale tra quelli concernenti la persona e non più la morale pubblica, la legge sull’interruzione di gravidanza, sulla fecondazione assistita, e le norme sulle analisi difensive, per citare solo qualche esempio, vanno tutti in questa direzione; per cui una maggiore conoscenza della personalità dei soggetti, dei processi di strutturazione della mente e, conseguentemente, delle condizioni che ne favoriscono o ne ostacolano lo sviluppo, da parte del legislatore e del magistrato, dovrebbe essere sentita come necessaria.

In questa prospettiva, la Psicologia applicata al campo della Giustizia si affiancherebbe a pieno diritto, con positive conseguenze pragmatiche, alla Sociologia e alla Filosofia del Diritto. 

Lo psicologo, per essere utile all’uomo di Legge deve però possedere una conoscenza non meramente superficiale del Diritto, dato che è inevitabile che alcuni aggiornamenti che riguardano la conoscenza dell’uomo e il significato dei suoi atteggiamenti e comportamenti a rilevanza giuridica, possano produrre un turbamento e perfino uno stravolgimento di alcuni Istituti giuridici, creando quindi un problema di de jure condendo.

A volte, i problemi possono però essere risolti anche da un mero cambiamento di visione prospettica dei problemi sociali e quindi di impostazione concettuale, con l’avallo della giurisprudenza, in primis di quella della Suprema Corte; agendo quindi sulla interpretazione della normativa piuttosto che sulla sua modificazione, sempre problematica e spesso soggetta ad iter legislativi interminabili.

Altre volte è invece possibile che lo stesso psicologo giuridico mostri come sia possibile armonizzare l’applicazione delle nuove conoscenze psicologiche con le esigenze dell’ordinamento giuridico, informando i propri criteri operativi a quei principi basilari del Diritto che non possono essere modificati pena lo stravolgimento e quindi la delegittimazione di parte dell’Ordinamento giuridico.

Forse l’applicazione della psicologia al diritto risarcitorio va in quest’ultima direzione. Questo porta a prendere in considerazione il problema della competenza. Occorre far notare, a questo proposito, che il fatto che questi problemi, che potremmo definire di psicologia applicata, siano stati affrontati soprattutto da uomini di legge o, nel migliore dei casi da uomini di legge in possesso “anche” di una laurea in Psicologia, pur non disconoscendone i meriti, si è dimostrato solo in parte adeguato; così come permarrebbe tale inadeguatezza invertendo l’ordine delle competenze. Vale a dire che l’avvocato o il magistrato che operano professionalmente come tali, non posseggono, pur se laureati anche in psicologia, quella conoscenza delle strutture mentali che si ottiene solo dopo una lunga ed intensa pratica clinica e psicodiagnostica; così come lo psicologo, anche se laureato in Giurisprudenza ma operante esclusivamente in campo clinico o psicodiagnostico, è destinato a perdere ben presto la specifica conoscenza dell’Ordinamento giuridico che, oltre a richiedere un continuo aggiornamento può essere affinata solo con la riflessione e la pratica professionale quotidiana.

L’unica soluzione è, a mio avviso, quella di una franca disponibilità interdisciplinare, senza la quale la speranza di poter contare, in futuro, su un Ordinamento giuridico, “illuminato” dalla conoscenza scientifica, si rivelerebbe chiaramente utopistica. Per usare un’espressione che mi è consueta, sarebbe opportuno passare da una doppia competenza ad una doppia referenza professionale.

Un’altra prerogativa di questo lavoro è che intende essere essenzialmente pragmatico, vale a dire che si propone:

a) di contribuire, in tema di risarcimento del danno psichico, a fornire al magistrato più adeguati parametri perequativi;

b) di fornire all’avvocato un adeguato criterio di valutazione della reale legittimità delle richieste risarcitorie del proprio cliente;

c) di fornire allo psicologo giuridico un valido contributo per un ampliamento della sua formazione professionale in quanto il risarcimento del danno psichico costituisce uno dei temi più interessanti nell’ambito del campo di applicazione della psicologia giuridica;

Detto questo, spero che mi si vorrà perdonare l’incertezza e l’approssimazione che caratterizza le mie inevitabili “incursioni” nel campo del Diritto, che saranno comunque limitate in funzione degli obbiettivi appena precisati.  

 

 

L’inserimento del danno biologico di natura fisica e/o psichica nel diritto risarcitorio

Dopo che il risarcimento del danno psichico, inteso come danno alla salute e classificato come sottospecie del danno biologico, è stato riconosciuto dalla Suprema Corte come un diritto individuale esercitabile in ambito privatistico, e una volta sgomberato il campo dal problema della sua legittimazione, facendolo derivare non più dall’art. 2059 c.c., che lo limitava ai casi di illecito penale (attraverso il rimando all’art.185 del c.p.), ma facendolo invece discendere dalla più ampia tutela sancita dalla nostra Costituzione (artt. 2 e 32) e dal suo ancoramento all’art. 2043 del c.c. e seguenti, l’attenzione si è ora tutta concentrata sui problemi inerenti alla definizione, alla determinazione e alla quantificazione di tale tipo di danno.

Se il problema del collocamento normativo del danno psichico dipendeva forse, in gran parte, da questioni di preoccupazione economica (il timore diffuso era che riconoscere il diritto al risarcimento del danno biologico, anche se derivante da illecito civile, desse luogo ad una valanga di richieste di risarcimento), i problemi della definizione, della determinazione e della quantificazione appaiono invece, oggi in maniera evidente, come dipendenti dalla natura peculiare del tema in questione; natura che va adeguatamente esplicitata e che spesso risulta misconosciuta. Come è noto, la difficoltà è quella di una sistematizzazione della materia in termini di tipologia e di standardizzazione, sia qualitativa che quantitativa, in linea con le esigenze della Giustizia; difficoltà che è, come vedremo, molto maggiore di quanto non lo sia stata con riferimento al danno biologico di carattere fisico. Inoltre l’ineludibile esigenza equitativa di “personalizzazione” del danno, rende ancora più spinosa la questione. 

Certo, non sono cessate le interferenze dovute comunque ad interessi di parte; ma non è il caso di scandalizzarsi per questi “colpi di coda”, delle parti “resistenti”, purché essi rallentino, ma non impediscano, attraverso collusioni al limite della legalità, il raggiungimento del fine ultimo che è quello del giusto risarcimento per le illecite lesioni della salute, bene fondamentale dell’individuo costituzionalmente tutelato.

Ritornando all’aspetto che ci riguarda, possiamo dire che le difficoltà nel pervenire ad un equo risarcimento del danno psichico, derivano sostanzialmente da tre tipi di problemi:

  1. Il problema di una definizione del danno psichico che tenga conto della sua peculiarità e specificità, in modo da evitare sia situazioni di sovrapposizione che di esclusione risarcitoria;
  2. il problema della determinazione del danno psichico e della sua necessaria correlazione in termini di causa-effetto con l’evento dannoso;
  3. il problema della quantificazione del danno psichico, in modo che il risarcimento sia il più possibile in rapporto con la gravità delle conseguenze prodotte dall’evento dannoso. A tale riguardo, il tema della “restitutio ad integrum”, quasi totalmente ignorato, troverà un suo spazio complementare di trattazione.  

 

Affronterò questi problemi nell’ordine appena esposto, in quanto ritengo che l’adeguata trattazione, elaborazione e (tentativo di) risoluzione di ciascun problema, contribuisca alla trattazione, alla elaborazione ed alla risoluzione di quello successivo.

CAP. 1 – LA DEFINIZIONE DEL DANNO PSICHICO

 

 

Il problema della definizione del danno biologico di natura psichica e la distinzione tra danno fisico e danno psichico.

Il problema della definizione del danno psichico è innanzitutto un problema di natura, per cosi dire, epistemologica. Per poter parlare di lesione o di danno alla salute mentale occorre, infatti, stabilire che cosa, in effetti, si intende per “salute mentale” e come essa si differenzi dalla “salute fisica”. Nel caso della salute fisica, il medico, dopo aver visitato un soggetto può benissimo comunicargli che “gode di buona salute” o, per lo meno, può rassicurarlo che gli eventuali disturbi da lui sofferti sono tipici della sua età e non denotano uno stato di malattia. In ambito psichico la cosa non è così semplice. Come diceva qualcuno, siamo da tempo consapevoli che l’assenza di malattia mentale non è un equivalente di salute mentale (Donald Meltzer). La salute mentale è tale se consente al soggetto l’esercizio delle sue capacità creative di realizzazione della sua personalità

Stando così le cose, dobbiamo necessariamente fare ricorso a concetti diversi da quello di “malattia”, “processo morboso” o di “sindrome” e ricercare altri parametri di riferimento. Per meglio precisare la natura del disagio psichico, delle sue origini e dei suoi effetti, è opportuno ricorrere ai concetti di funzione e disfunzione, oltre che a quello di relazione interpersonale, dato che quest’ultima è ritenuta il fattore più importante per lo sviluppo e la strutturazione della personalità individuale, e considerare quindi il danno psichico come la menomazione di una o di più funzioni, intese come capacità di instaurare e mantenere positivi rapporti interpersonali; capacità che è venuta meno, come vedremo, a seguito della difficoltà di gestire la sofferenza mentale riattivata o prodotta dall’evento traumatico.

D’altra parte la stessa Giurisprudenza ha più volte ribadito che il concetto di perdita della salute mentale non è direttamente correlabile, e quindi limitato, ai casi di malattia nosograficamente classificabile, ma si riferisce al più ampio concetto definito in termini di salvaguardia del “valore uomo”, che include, appunto, tutte le funzioni necessarie alla realizzazione individuale e all’adattamento. Per comprendere le disfunzioni relazionali eventualmente prodotte nel soggetto da un evento dannoso occorre quindi una teoria dello sviluppo e dell’equilibrio mentale che ponga la relazione al centro del discorso, sia come fattore costitutivo che come fattore di mantenimento.

Il danno psichico sarebbe dunque costituito da una o più disfunzioni provocate da un disagio psichico causato, a sua volta, da un evento traumatico

Si tratta quindi di abbandonare l’ancora imperante concetto di indagine medico-legale, così diffuso in ambito giurisprudenziale ma oggi sostenuto scientificamente solo dalla psichiatria più conservatrice di marca organicistica, per una diversa concezione sia della sanità che del disagio mentali. E’ per questo motivo che le classificazioni nosografiche possono risultare fuorvianti per la definizione, la determinazione e la quantificazione del danno psichico. La nosografia psichiatrica è certamente utile per stabilire quale sia la cura farmacologica più idonea a trattare una determinata sindrome; ma non possedendo la psichiatria (per sua stessa ammissione) una teoria eziologica della malattia mentale su base relazionale, non è in grado di spiegare il rapporto causale tra evento dannoso e danno psichico, vale a dire tra evento traumatico e turbamento della vita di relazione. Inoltre, la classificazione psichiatrica impedisce o rende difficile quell’opera di “personalizzazione” del danno che è uno dei principi che regolano il diritto risarcitorio.

Potremmo a questo punto fare nostra la definizione del danno psichico intesa come:

“una compromissione durevole ed obiettiva che riguarda la personalità individuale nella sua efficienza, nel suo adattamento, nel suo equilibrio; come un danno, quindi, consistente, non effimero, né puramente soggettivo, che si crea per effetto di cause molteplici e che, anche in assenza di alterazioni documentabili dell’organismo fisico riducono, in qualche misura le capacità, le potenzialità della vita della persona” (Quadrio) aggiungendo però la precisazione che tale compromissione riguarda sempre una o più funzioni psichiche e ha sempre, come esito, un turbamento della sfera relazionale. Della natura di tali funzioni avremo modo di occuparci più avanti.

Tutto ciò precisato, pur non ignorando che la struttura di ciascun soggetto è una struttura “psico-fisica”, tuttavia dobbiamo fare una netta distinzione tra funzionalità fisica e funzionalità mentale e utilizzare per ciascuna di essere il criterio di determinazione e quantificazione che le è proprio, in base alla loro specifica natura. Lo stesso concetto di struttura è, per i due campi, nettamente differente: la struttura fisica di un soggetto al termine del processo di crescita è alquanto stabile, le sue modificazioni future sono limitate e determinate dall’avanzare dell’età, la reversibilità dei processi è in genere connotata in termini gravemente degenerativi con scarsa reversibilità. La struttura mentale, al contrario, è in costante, instabile, equilibrio dinamico; è soggetta a modificazioni che dipendono solo in parte dall’età del soggetto e che non sono affatto irreversibili, al punto che persino quelle che sottendono la psicosi, cioè i disturbi più gravi, sono suscettibili di notevoli modificazioni; mentre il concetto di degenerazione mentale è riservato alle malattie mentali ad eziologia organica. I termini di regressione e progressione in ambito psichico hanno poi natura oscillatoria piuttosto che lineare e si fa strada un concetto nuovo, quello di “campo”, inteso come un insieme di elementi in equilibrio dinamico e suscettibili di continua riorganizzazione.

Questa distinzione tra fisico e psichico non solo è opportuna, ma è quanto mai necessaria e quando viene elusa, o non tenuta in seria considerazione, porta (come vedremo qui appresso) a valutazioni paradossali e decisamente sperequative.

Insisto su tale punto, anche se tale distinzione potrebbe risultare scontata, perché non è insolito che qualche consulente tecnico d’ufficio si limiti essenzialmente alla valutazione del danno fisico, facendo riferimento, per la sua quantificazione, ad un manuale di medicina legale e sostenga la non opportunità di una valutazione specifica per il danno psichico in quanto implicitamente contenuta nella valutazione medico-legale.

A questo proposito vorrei aprire una parentesi e riferire di un caso nel quale mi sono imbattuto recentemente e che può essere, al riguardo, esemplificativo e chiarificatore di come la specificità del danno psichico non sempre sia tenuta in debita considerazione.

 

In breve, si trattava di una CTU effettuata su di un soggetto vittima di un incidente stradale il quale aveva subito una grave menomazione fisica valutabile, secondo un noto manuale di medicina legale, intorno al 75%.

Richiesto di valutare anche l’entità del danno psichico, il CTU sosteneva che “tale danno poteva essere considerato come implicito nella valutazione manualistica, in quanto la valutazione del danno è sempre di natura psico-fisica, non potendo la dimensione psichica essere considerata separatamente da quella fisica.”.Certo, continuava il CTU, una menomazione così grave patita dal soggetto (perdita totale della funzionalità del braccio destro alla quale erano associati danni organico-funzionali di varia natura), non poteva non essere tenuta in considerazione, ma essendo l’invalidità fisica già così rilevante ed essendo però pure evidente che il soggetto in questione aveva delle evidenti capacità psico-fisiche residue in quanto “respirava, aveva un lavoro, manteneva una relazione coniugale ecc.”. (sic), e non potendo una valutazione di invalidità complessiva superare il 100%, alla percentuale del 75% su menzionata non poteva che essere aggiunto che qualche punto percentuale”. Da qui il passaggio da una valutazione pari al 75% ad una valutazione finale del 78% con una valutazione del danno psichico veramente risibile, dato che le stesse capacità residue citate dal CTU erano di pessima qualità. “Se fossero stati valutati e percentualizzati separatamente i due tipi di danno, concludeva il CTU, si rischiava di raggiungere una percentuale di invalidità superiore al 100%, cosa assolutamente illogica.

A sostegno di questa tesi il CTU citava un passo del manuale medico-legale da lui utilizzato ove si dichiarava:

“Il problema della valutazione di menomazioni multiple si presenta con notevole frequenza nella pratica ed assurdo sarebbe, una volta valutata ogni menomazione di per sé, procedere alla somma delle relative percentuali per il semplice motivo che si potrebbero anche ottenere risultati superiori al 100%. Il danno biologico di regola non può raggiungere il 100% perché questo valore corrisponde all’annullamento della persona umana (un danno biologico del 100% potrebbe prospettarsi solo, per esempio, in un tetraplegico con sindrome apallica, ridotto a mera vita vegetativa”.

 

Il caso appena citato permette di evidenziare un grosso equivoco che deriva sia dall’omologazione della invalidità psichica a quella fisica, sia dal considerarle come complementari e intercorrelate. E’ evidente che il manuale medico-legale citato, al contrario di quanto afferma il CTU in questione, non poteva che riferirsi alle menomazioni “fisiche” rispetto ad un’integrità fisica totale posta pari a 100. Il manuale intendeva semplicemente affermare che la menomazione fisica globale, attribuita ad un soggetto, non sempre corrisponde alla somma delle percentuali assegnate alle singole menomazioni fisiche, in quanto alcune menomazioni posso sovrapporsi ed avere a che fare con lo stesso tipo di invalidità. In tal senso è ragionevole affermare che la quantificazione del danno fisico deve tener conto che si tratta di una valutazione di un’inefficienza fisica “globale” che non può mai superare il 100%; ma questo ragionamento non può includere la valutazione di danni aggiuntivi che ledono capacità assolutamente non sovrapponibili a quelle fisiche e che appartengono ad ambiti funzionali diversi. Che le tabelle dei manuali di medicina legale siano nate per la valutazione del solo danno fisico è poi evidente, nella misura in cui in essi non si fa alcun accenno a tutta una serie di menomazioni e di deficit funzionali di natura psichica, un tempo considerati come voci di danno a sé stanti, e oggi confluiti nel danno biologico, allargandone i confini ben al di là dell’ambito meramente medicalistico (danno estetico, danno alla funzione sessuale, danno all’immagine, danno al diritto di un  concepimento responsabile ecc.).

Ma vediamo a questo punto, a titolo di “contro-prova”, cosa accadrebbe se il criterio sostenuto dal nostro CTU trovasse, nonostante tutto, accoglimento.

Innanzitutto, se tale criterio venisse accettato, renderebbe, come dicevo, assolutamente privo di senso tutto il faticoso percorso teso a sollecitare il riconoscimento, da parte della Giurisprudenza, del diritto al risarcimento per quei danni non patrimoniali che sono oggi tutti confluiti nel danno biologico, e che nulla hanno a che vedere con menomazioni fisiche.

In secondo luogo, tale criterio si rivelerebbe in contraddizione con il fatto che un danno psichico può essere presente in assenza di una lesione fisica. Se esiste, come esiste, questa possibilità, ciò significa che l’integrità fisica e quella psichica sono due entità nettamente differenziate. Il fatto che una lesione fisica possa influire sulla salute psichica e che un disturbo psichico possa dar luogo a somatizzazioni non impedisce che tale distinzione vada mantenuta e ciò anche nel caso di tali situazioni.

In terzo luogo, tale criterio si scontrerebbe con quanto succede oggi in pratica. Nella pratica riscontriamo, infatti, casi di soggetti, ad esempio schizofrenici cronici ai quali la Commissione Medica per gli Invalidi ha attribuito il 100% di invalidità psichica. Eppure tali soggetti, per usare l’espressione del CTU sopra nominato, “respirano, deambulano e, a volte, hanno un lavoro; mentre alcuni di essi hanno persino una relazione coniugale”. Ora, come dovremmo comportarci se un tale soggetto rimanesse vittima di un incidente stradale e subisse l’amputazione di un arto? Non gli riconosceremmo alcuna percentuale di risarcimento per il solo fatto che è stato risarcito con una rendita prevista per il 100% di invalidità?

Ma la prova più evidente è data dalla invalidità psichica in assenza di lesione organica che in tale caso (a torto o ragione che sia) non viene dedotta da un manuale medico-legale. A volte si ricorre a manuali del tipo DSM IV, altre volte ci si affida a diagnosi psicodinamiche associate alla somministrazione di test proiettivi, in altri casi si fa riferimento alla gravità della situazione “traumatica” risultante dall’evento dannoso, in altri casi ancora si è sostenuto che la valutazione vada demandata alla discrezionalità del giudice (quando il danno si configura come una perdita di chances esistenziali) ecc.

Vi è poi la questione dell’ordine in cui vengono effettuate le valutazioni nell’ambito dell’indagine peritale.

Nella valutazione del danno, ai fini della valutazione globale del danno psico-fisico si deve valutare prima la componente fisica o prima quella psichica? Perché è chiaro che i valori assegnati all’una o all’altra componente sono diversi a seconda di quale componente, fisica o psichica, verrà presa in considerazione per prima.

Vale a dire che seguendo il criterio psico-fisico, se si valuta prima il danno psichico e si riscontra che il soggetto soffre di una grave depressione pari, poniamo, ad un livello di gravità 40% e, successivamente, tale soggetto denuncia un’infermità fisica valutata nel manuale medico-legale come pari al 70%, sarà la percentuale riferita al danno fisico ad essere compressa; mentre se viene valutato dapprima il danno fisico, a risultare compressa sarà la valutazione del danno psichico.

Insomma soggetti con il medesimo tipo di lesione verrebbero valutati, seguendo il criterio del nostro CTU, diversamente.

E come facciamo se un bambino viene violentato e subisce quindi un danno psichico in assenza di una lesione fisica permanente? Esiste in qualche guida medico-legale la voce “bambino violentato?”

In sintesi, riandando all’esempio da me riportato, non si può trattare il dramma di un uomo privato della gioia di essere padre ammirato e marito efficiente in tutte le sue funzioni, riducendo il diritto al risarcimento per il grave danno psichico da lui subito ad un mero arrotondamento, e ciò per il solo fatto che ha subito una menomazione fisica rilevante.

Poiché, a questo punto, è evidente che, per scoraggiare definitivamente tesi del tipo appena citato, occorre anche aggiungere un’argomentazione scientifica che mostri la diversa natura del danno psichico rispetto al danno fisico, procederò proprio in tal senso.

Credo, del resto, che tale argomentazione faccia anche parte di quella informazione psicologica dalla quale il magistrato non può che trarre vantaggio per aggiornare i propri criteri equitativi. Se questa informazione scientifica non è ancora entrata a far parte della cultura giuridica, al punto che ad uno psicologo che esponendo la propria psicodiagnosi o la propria valutazione della personalità di un individuo viene spesso chiesto: “Lei è medico?”, forse dipende da due motivi di fondo che spiegano, anche se non giustificano, tale stato di cose.

Il primo motivo riguarda il fatto che la psicologia clinica si è sempre tenuta lontano dalle aule dei tribunali: la pratica clinica che costituisce l’attività dello psicoterapeuta, e che si avvale di sedute ad alta frequenza e ad orari stabili e predefiniti, male si coniuga, con le lunghe attese e con le modalità dilazionatorie che caratterizzano l’applicazione della legge.

Il secondo motivo riguarda il fatto che si è sempre demandata la competenza, in termini di conoscenza della mente umana, alla sola psichiatria nonostante la conoscenza dei dinamismi mentali non sia mai stata patrimonio psichiatrico. A tale proposito, credo che molti magistrati ignorino che oggi, per essere abilitato all’esercizio della psicoterapia, lo psichiatra deve specializzarsi nelle materie che sono invece costitutive della professionalità dello psicologo clinico.

Ma procediamo ora con le argomentazioni scientifiche alle quali facevo dianzi riferimento.

 

 

La natura del danno psichico

La caratteristica principale che distingue il danno psichico da quello fisico è costituita, oltre che dalle differenze strutturali alle quali ho già accennato, dalla diversa natura e dalla diversa centralità che assume il concetto di sofferenza mentale nell’uno e nell’altro caso. Questa mancata distinzione è quella che porta, a volte, ad una certa confusione, non solo nella definizione, ma anche, come abbiamo visto, nella determinazione e quantificazione del danno psichico.

Mentre, nel caso del danno fisico, la sofferenza è quella che può essere definita come dolore fisico, destinato (anche se non sempre) a scemare fino a scomparire con la guarigione clinica, nel caso del danno psichico la sofferenza ha, invece, natura “costitutiva” e “strutturante” nei confronti della infermità mentale. Essa, quando non può essere tollerata, contenuta e ridimensionata in termini realistici, in quanto associata a fantasmi inconsci, di marca infantile, riattualizzati dall’evento traumatico, viene affrontata con modalità disfunzionali (fughe o elusioni) che si riflettono in termini negativi sulla “ideologia” relazionale del soggetto; da qui i sintomi e le inibizioni psichiche che ci troviamo a dover valutare.

In altre parole, il disturbo mentale costituisce una difesa inadeguata dalla sofferenza e dalla esperienza alla quale essa è associata; sofferenza che è sempre, lo ripeto di natura relazionale (abbandono, rifiuto, costrizione, giudizio negativo, ostilità ecc.).

Oggi si ritiene che la sofferenza psichica sia essenzialmente di tre tipi:

1) la sofferenza o ansia “persecutoria”,

2) la sofferenza o ansia “depressiva”,

3) la sofferenza o ansia “confusionale”.

La prima è legata al timore dell’altro o del mondo esterno, vissuto come aggressivo, ostile, indisponibile, antagonista ecc. (secondo il livello dell’ansia); essa può essere generata da qualsiasi atto violento sia di natura fisica che psicologica (aggressione, incidente stradale, ma anche violenza psicologica, frustrazione ecc.).

La seconda è legata al timore di perdere l’oggetto d’amore, o l’oggetto su cui si può contare per ottenere sostegno, aiuto, conforto, solidarietà ecc. Il soggetto ha allora, a motivo della sua ambivalenza (compresenza di amore e odio che caratterizza ogni relazione umana) la sensazione di essere responsabile di tale perdita, sia che sia avvenuta o che sia probabile; egli allora può chiudersi in se stesso avvolto, per così dire, da un senso di colpa. Tale ansia può essere generata da qualsiasi perdita affettivamente significativa, sia reale (abbandono, lutto, ecc.) sia simbolica (partenza, perdita del lavoro, trasferimento forzoso, ecc.).

Il terzo tipo di sofferenza è legato infine alla perdita della capacità di pensare, di riflettere, di inquadrare logicamente gli eventi, di percepire realisticamente l’altro e, quindi, di stabilire rapporti significativi. Spesso, anche se non sempre, tale tipo d’ansia ha degli effetti negativi sulle capacità cognitive, sulla differenziazione tra sé e l’altro o tra diversi aspetti del sé, per cui il soggetto non riesce a fare chiarezza, a distinguere, nelle sue relazioni interpersonali, le persone con caratteristiche positive da quelle con caratteristiche negative. Essa può essere generata da qualsiasi evento che muti la considerazione dell’altro (truffa, circonvenzione, tradimento, frode ecc.), indipendentemente dal fatto che l’illecito dell’agente sia colposo piuttosto che doloso.

La sanità e la stabilità mentali dipendono dalla capacità di affrontare tali sofferenze che quando sono vissute in maniera realistica non impediscono e non ostacolano la vita di relazione, le capacità di adattamento sociale e, nel caso che ci interessa, la possibilità di superare gli effetti emotivi del trauma subito.

La persona affetta da grave ansia persecutoria (tipica della paranoia, presente, a volte, nella schizofrenia, ma anche correlata a nevrosi e a tratti del carattere o anche prodotta da eventi drammatici), proverà sfiducia, sospetto, ostilità, diffidenza, al punto che tenderà ad isolarsi o comunque a modificare in senso peggiorativo le proprie relazioni interpersonali, reagendo di conseguenza o subendo gravi inibizioni.

La persona affetta da grave ansia depressiva (tipica della depressione, presente nelle forme ciclotimiche, ma anche correlata a nevrosi e a tratti del carattere o provocata da eventi luttuosi), tenderà a ritirarsi dal mondo, cedendo a stati di prostrazione che la faranno sentire indegna degli affetti familiari, anche se, a volte, potrà reagire con manifestazioni maniacali e comportamenti violenti, lesivi o autolesivi, di complesso significato.

La persona affetta da ansia confusionale potrà, invece, diventare incapace di svolgere il proprio lavoro per la perdita della capacità di concentrazione; potrà essere soggetta a crisi di confusione mentale, o patirà altre conseguenze comunque deleterie rispetto alla necessità di mantenere significative relazioni interpersonali.

Un trauma psichico o fisico può risvegliare in un soggetto una sofferenza psichica, fino ad allora ben controllata attraverso la rimozione, la negazione, la scissione o altri meccanismi psichici difensivi. Tale ri-attualizzazione, che comporta sempre una perturbazione negativa della “ideologia relazionale”, può imporre al soggetto stesso l’impiego di gran parte delle sue energie e della sua attenzione al fine di ristabilire il controllo che su tale sofferenza egli esercitava con successo nel periodo precedente al fatto traumatico. Il danno psichico permanente si ha, quando tale incapacità di ripristino del controllo della sofferenza diventa di natura cronica.Laddove nel caso del danno fisico permanente la sequenza è: trauma fisico ----> lesione (associata a dolore) ----> menomazione fisica permanente; nel caso del danno psichico la sequenza è invece: trauma fisico e/o psichico ---->sofferenza psichica  ----> menomazione psichica (funzionale) permanente.

Il discorso è certamente più complesso, in quanto le ansie sono spesso associate, o anche suscettibili di entrare in gioco, alternativamente; inoltre anche la lesione fisica può da luogo, oltre che ad un dolore fisico anche ad una sofferenza psichica, ma quello che desidero sottolineare è che tali ansie sono costitutive del disturbo mentale e ne determinano la configurazione, cosa che non avviene nel caso del danno fisico.

Con altre parole ancora, possiamo dire che la sofferenza, nel caso del danno fisico, è una conseguenza della lesione; mentre nel danno psichico la sofferenza mentale ne costituisce la causa. In ogni caso l’attività fisica e l’attività psichica, al di là delle ovvie connessioni e correlazioni, hanno indubbiamente, eziologie, sviluppi e vicissitudini loro proprie, così come sono loro proprie e distinte e menomazioni che conseguono ai traumi nei quali sono rispettivamente coinvolte.      

Una volta ribadita la diversa natura del danno psichico rispetto a quello fisico, approfondirò ora il concetto di funzione e funzionalità psichica.

 

 

Il concetto di funzione e di danno psichico inteso come danno funzionale.  

Quanto finora esposto ci permette di aggiungere alla definizione del danno psichico proposta da Quadrio, una specificazione in termini di funzione. Possiamo cioè anche definire il danno psichico come ogni menomazione funzionale intra-psichica e relazionale, subita da un soggetto a seguito di un evento lesivo, di natura fisica o psichica, da lui subìto passivamente. E’ chiaro, ma questo non ha natura definitoria quanto di inquadramento risarcitorio, che l’evento lesivo per essere risarcibile deve avere natura di illecito, civile o penale; vale a dire che il danno deve essere definibile come in rapporto di causa-effetto con un atto ingiusto avente in tal senso rilievo giuridico. Ma vi può essere anche un atto lecito che diventa illecito in funzione della modalità con la quale viene esercitato? Un esempio è quello della relazione extra coniugale della quale si parla nell’ambito del Diritto di famiglia: la separazione può non essere imputabile al coniuge per il solo fatto che questi ha instaurato una relazione adultera, ma solo se lo ha fatto in modo da ledere la dignità del coniuge. Si tratta certamente di una questione prettamente giuridica che esula dalla competenza dello psicologo. Tuttavia la questione che io chiamerei della “liceità apparente” o, se vogliamo della “illiceità occulta” non è cosa di poco conto. Basti pensare a due coniugi che concordino per un regime di separazione “consensuale”; pur trattandosi di un loro diritto a volte le loro conclusioni potrebbero essere assolutamente disfunzionali per la crescita dei loro figli e quindi produrre in essi un danno psichico non affatto rilevante.

Ma veniamo ora al tema che più ci interessa: quello dell’esame delle funzioni psichiche.

Con il termine “funzione” o “capacità funzionale” mi sono più sopra riferito alla capacità di un individuo di accettare, di affrontare, di gestire e di risolvere, anche con scelte compromissorie, ma tali da non inibire e limitare la realizzazione della sua personalità, le proprie inevitabili vicissitudini esistenziali caratterizzate dalla presenza di una sofferenza psichica. Dobbiamo ora passare da questa definizione generale ad una definizione, per così dire, “differenziale” delle funzioni psichiche e precisare, inoltre, quali sono le aree, i campi di azione, le relazioni interpersonali all’interno delle quali esse operano.

Le funzioni psichiche si apprendono dai genitori tramite l’esperienza madre-bambino e successivamente padre-bambino (in termini tecnici si parla di un processo di introiezione o di identificazione introiettiva), ma vengono influenzate anche dal rapporto con altre figure importanti per la crescita e per l’educazione dell’individuo (insegnanti, educatori, figure carismatiche, di successo ecc.) e rafforzate e rese stabili da ogni altra esperienza relazionale positiva, per cui  possono essere intaccate o persino perdute a seguito di esperienze negative, anche extra familiari, più o meno  traumatiche.

Le funzioni psichiche sono capacità da esercitare ma anche “valori”, convinzioni in cui credere e che vanno a determinare atteggiamenti umorali quali ottimismo-pessimismo, fiducia-sfiduca ecc. La loro perdita può far sentire impotenti, depauperati, frustrati; ma se la perdita è tale da far perdere fiducia nella realizzabilità dei desideri pulsionali o affettivi, l’atteggiamento e il comportamento del soggetto possono essere scoraggiati o addirittura improntati a funzioni negative, espressione, quest’ultime, di una vera e propria ideologia esistenziale negativa.

Dato che le funzioni mentali positive riguardano, alla fin fine, la capacità di affrontare, senza troppo dispendio energetico (in termini tecnici si parla di “investimento libidico”), i tre tipi di ansia ai quali abbiamo fatto più sopra riferimento e quindi di dedicare le energie psichiche non alla difesa dall’ansia, ma alla realizzazione della personalità, possiamo (seguendo la tipologia costruita da Donald Meltzer) enucleare quattro funzioni fondamentali, che si configurano come veri e propri “valori” esistenziali. Esse riguardano la capacità di:

1)      generare amore

2)      infondere speranza

3)      contenere l’ansia depressiva

4)      pensare

Si tratta di modi di porsi, di disposizioni mentali proprie del soggetto, di fronte al presente e al futuro e rivolte verso se stesso e agli altri; disposizioni mentali che nascono da una concezione positiva delle relazioni interpersonali.

Il soggetto che tende a generare amore lo fa perché ritiene che l’amore sia in grado di prevalere sull’odio e pensa così di poter contare su una corrispondente disposizione d’animo da parte dell’altro; inoltre ritiene che una esistenza improntata a tale disponibilità porti un quantum auspicabile di serenità e di fiducia esistenziali. La tendenza ad infondere speranza richiede che il soggetto stesso sia animato da un eguale ottimismo, mentre la capacità di contenere gli inevitabili momenti di depressione permette al soggetto di affrontare le difficoltà senza cedere allo sconforto. La capacità di pensare è, in fondo, il risultato, la conseguenza delle prime tre capacità funzionali, perché la serenità e l’obbiettività di giudizio che da esse derivano, permettono al soggetto di considerare se stesso e il mondo in rapporto a tutte le realistiche possibilità di realizzazione che tale obbiettività di giudizio consente; ciò anche quando si tratta di mere possibilità che per essere utilizzate richiedono una buona dose di perseveranza, nonostante i momentanei “rovesci di fortuna” che sono sempre “dietro l’angolo”.

Le disfunzioni o, meglio, le funzioni negative che ogni soggetto è portato ad acquisire come difesa dalla sofferenza psichica sono quelle che si connotano come la versione opposta e contrapposta delle funzioni positive; esse sono quelle intese a:

1)      suscitare odio,

2)      seminare disperazione,

3)      trasmettere ansie persecutorie,

4)      creare confusione

La prima domanda che viene spontanea è: “A cosa ci serve conoscere quali sono le funzioni psichiche, e come ci aiuta tale conoscenza nei nostri problemi di definizione, determinazione e quantificazione del danno psichico?”

L’obiezione non è così irragionevole, in quanto il nostro problema non è di cultura psicologica, ma strettamente operativo. Tuttavia all’obiezione si può facilmente rispondere. Prima però devo inserire il terzo elemento fondamentale che, affiancato al concetto di sofferenza mentale e al concetto di capacità psichica funzionale, ci permetterà di affrontare convenientemente i problemi della determinazione e della quantificazione del danno psichico. Tale terzo elemento è costituito dal concetto di area di attività o relazionale.

Senza la definizione di tali aree sarebbe estremamente difficile e, soprattutto, aleatorio, procedere alla determinazione e alla valutazione di un danno psichico. Freud definiva la realizzazione dell’individuo semplicemente come capacità di amare e di lavorare; ma per l’economia del nostro discorso dobbiamo procedere ad una maggiore articolazione di quelle aree che potremmo anche definire come “esistenziali”.

Le aree di realizzazione di personalità, o di quello che è stato definito come il “valore uomo”, da me proposte sono le seguenti:

1)      L’area dell’attività lavorativa

2)      L’area dell’attività extra lavorativa

3)      L’area delle relazioni intime (relazione di coppia).

4)      L’area delle relazioni famigliari (relazione tra fratelli, tra genitori e figli e tra questi e gli altri membri significativi per la convivenza familiare).

5)      L’area delle relazioni sociali

6)      L’area delle relazioni intrapsichiche ( rapporti con se stessi)

 

Si potrebbe obiettare che l’area dell’attività extralavorativa, implicando comunque dei rapporti interpersonali, si sovrappone, almeno in parte, a quella delle relazioni sociali; e che l’area delle relazioni intime si sovrappone a quella delle relazioni familiari delle quali, comunque, fa parte; ma ritengo che occorra comunque, nel primo caso, distinguere l’area in cui è prevalente l’attività “materiale”, da quella in cui è prevalente l’aspetto relazionale, così come nell’ambito delle relazioni affettive è bene distinguere i casi in cui gli effetti dannosi interferiscono con la vita di coppia, da quelli che interferiscono con i rapporti genitoriali. In ogni soggetto vi è dunque, sempre, una componente narcisistica che lo spinge all’attività (attraverso la quale egli cerca di dimostrare che possiede delle capacità creative), e una componente relazionale che lo spinge verso la realizzazione di rapporti emotivamente ed affettivamente significativi. Entrambe le componenti servono, comunque, anche se con modalità diverse e, spesso, opposte, a contenere la sofferenza mentale: con la prima il soggetto cerca dimostrare a se stesso che non ha bisogno degli altri, che può contare su di sé; con la seconda egli cerca il sostegno dell’altro, anche se, in certi casi, può negare di sentirne la necessità. La prima riguarda la stima di sé, la seconda riguarda il timore della solitudine e dell’isolamento. E’ però evidente che entrambe hanno un’implicazione reciproca in quanto, ad esempio, una maggiore stima di sé permettere di realizzare un rapporto interpersonale in un clima di maggiore stabilità e sicurezza; mentre una maggior serenità di rapporto può stimolare l’attività lavorativa. Nelle indagini peritali è bene quindi distinguere il danno che riguarda la capacità di svolgere un’attività, dal danno che interferisce con le relazioni interpersonali. Per quanto concerne l’area delle relazioni intime, essa riguarda il rapporto di coppia, mentre l’area delle relazioni familiari riguarda i rapporti genitori-figli. Certamente i due tipi di rapporti familiari sono correlati, ma anche in questo caso è bene tenerli distinti, in quanto un trauma può essere vissuto come lesivo nei confronti del ruolo coniugale, oppure risultare lesivo nei confronti del ruolo genitoriale.

La situazione è alquanto complessa, ma proprio per questo è bene tenere separate le diverse are, anche se, di fatto, sono psicodinamicamente correlate.

Appare subito evidente che le sei aree appena enunciate non sono altro che “contenitori” vuoti che dovrebbero, appunto, essere in grado di contenere la casistica del danno psicologico, ammesso che vi possa totalmente rientrare. Vediamole ora singolarmente.

 

 

L’ area della attività lavorativa

Si tratta certamente di una delle più importanti aree di realizzazione o, per lo meno, di espressione della personalità. Il termine attività lavorativa va inteso in senso lato: include il lavoro dipendente, libero professionale, artigianale, imprenditoriale; insomma qualsiasi attività dell’individuo rivolta alla produzione di reddito. Non si tratta però di valutare il danno dal punto di vista di una perdita economica, ma da quello della realizzazione dell’individuo. L’attività lavorativa deve quindi essere sentita come dipendente da una capacità potenziale. Un soggetto che non lavora, anche se il lavoro che andrebbe a svolgere è modesto, vive la sua posizione sociale come parassitaria, anche quando egli non ha bisogno di lavorare potendo vivere di rendita. L’attività produttiva assume per l’individuo normale, il significato (il più delle volte inconscio) di un contributo figliale che ripaga in termini di gratitudine le figure genitoriali per quello che hanno fatto per lui. Ma anche quando l’attività lavorativa ha una valenza ambivalente o natura difensiva, riveste un ruolo importante nell’economia mentale. La perdita o la limitazione della capacità lavorativa fa sentire il soggetto come menomato, handicappato, o persino punito dal destino; da qui il vissuto depressivo o paranoico (se egli considera la sua esclusione come un attacco alla sua personalità); o anche il senso di impotenza, che egli può equiparare, a volte, alla perdita della virilità.

La conseguenza del danno psichico, quando colpisce quest’area, può riguardare non solo la perdita del lavoro, ma anche la sua dequalificazione. Quando l’evento dannoso ha origine in quest’ambito ed è imputabile al datore di lavoro, allora si parla, oggi, di mobbing o di bossing. 

Il danno psichico, in quest’area, può non riguardare direttamente la capacità lavorativa; il danno può riguardare anche solo l’atteggiamento nei confronti dell’attività lavorativa. Può venir meno l’impegno necessario per migliorare la propria posizione, si può diventare apatici, poco interessati, inclini all’assenteismo in quanto il lavoro può iniziare ad essere sentito come troppo faticoso: una sorta di condanna biblica. Il danno psichico è tanto più grave quanto minore è la possibilità di “riciclarsi”, di svolgere altre attività egualmente gratificanti o, per lo meno, equipollenti.

Il soggetto integro nelle sue funzioni mentali tende a porsi nei confronti dell’attività lavorativa delle finalità, degli obbiettivi; la sua tonalità emotiva è sempre caratterizzata da un senso di aspirazione anche se il soggetto può essere contento di quello che possiede e della situazione in cui si trova. In tal senso la personalità matura percepisce se stessa come creativa, indipendentemente dalla qualità delle mansioni assegnategli. E’ chiaro che questo atteggiamento può essere intaccato dalla delusione, dalla sfiducia, e dalla disperazione: l’ottimismo o, meglio, la capacità di superare i momenti di scoraggiamento, si può tramutare in pessimismo, passività, depressione; tuttavia il soggetto integro riesce a superare le sue crisi utilizzando tutte le possibilità a sua disposizione.

Si potrebbe obbiettare che l’area dell’attività lavorativa non è utilizzabile per valutare il danno psichico di coloro che per definizione appartengono a fasce sociali che non sono ancora o non sono più inseriti nel mondo del lavoro: vale a dire i minori o gli anziani in pensione o, anche, le casalinghe. Tale obiezione è facilmente vanificabile, almeno per quanto riguarda il bambino, in quanto l’attività lavorativa trova la corrispondenza nel bambino nell’attività scolastica e nell’infante trova corrispondenza nell’attività ludica, nel gioco.

I risultati scolastici positivi (si badi bene: non quelli “eccezionali”) sono spesso indice di un buon rapporto tra genitori e figli. Per converso, un così detto “disturbo dell’apprendimento” può essere dovuto ad una crisi di crescenza (specie in età adolescenziale), ma può anche essere indice di un danno psicologico. Svogliatezza, assenteismo, incapacità di studiare, tendenza a ritirarsi dallo studio e chiudersi in casa, accuse mosse ripetutamente ai genitori e persino la stessa tossicodipendenza, suggeriscono un’approfondita indagine, non solo riguardo alla esistenza di carenze affettive, ma riguardo all’esistenza di vere e proprie responsabilità genitoriali.

Anche il “bullismo” può essere una reazione conseguente ad un trauma subito ad opera di frustrazioni subite nei rapporti genitori-figli.

La riuscita nell’attività scolastica e il piacere provato nel gioco sono necessari al minore così come il lavoro lo è per l’adulto. Anche l’attività scolastica ed il gioco hanno un importante significato simbolico: la prima è una vera e propria attività lavorativa, quella del bambino piccolo è un necessario momento elaborativo delle problematiche psicologiche legate allo sviluppo. Anche l’anziano può avere bisogno di svolgere un’attività che produca reddito, ma ciò riguarda più l’area della professione, piuttosto che il lavoro dipendente; la mancanza di attività “lavorativa” può farlo sentire escluso fuori del contesto sociale; spesso si tratta di assumere un ruolo familiare come è quello del nonno, altre volte l’anziano ricorre al volontariato o coltiva interessi ed hobby; ma questi rientrano in altre aree che sono quella dell’attività extra lavorativa o, nel caso si tratti del ruolo di nonno, rientra nell’ambito dei rapporti familiari. Nel caso dell’anziano vi sono casi in cui l’area lavorativa non partecipa a quella media ponderale che, come vedremo, proponiamo di utilizzare per la valutazione del danno; ma, data la natura “ponderale” della quantificazione da me prospettata, questa esclusione non infirmerà la valutazione quantitativa. Per quanto riguarda la casalinga, la natura di attività lavorativa delle sue mansioni è ormai riconosciuta anche dall’Ordinamento giuridico e credo sia legittimo considerarla alla stregua di un’attività produttiva con, anzi, maggiori implicazioni psicologiche delle attività lavorative vere e proprie.

 

 

L’area dell’attività extra lavorativa

Riguarda l’attività “scelta” dal soggetto come espressione della sua personalità. E’ chiaramente diversa dalla attività lavorativa che è il più delle volte imposta dalla necessità di sussistenza piuttosto che corrispondere ad una scelta dell’individuo. L’attività extra lavorativa quando è conseguente ad una libera scelta da parte del soggetto (vi potrebbero essere condizionamenti di vario tipo) ha un significato fortemente simbolico, ha cioè valore di sostegno narcisistico ed è meno caratterizzata dalla competitività, a meno che non abbia assunto connotazioni professionali commercialmente condizionate. Per quanto riguarda l’attività extra lavorativa, il riferimento ai soggetti minori è più agevole, in quanto il suo equivalente è dato dall’attività sportiva o ricreativa. L’attività creativa non è invece tipica del minore, anzi, il più delle volte l’enfant précoce non è, dal punto di vista psicologico, un soggetto avvantaggiato.  Spesso il minore che segue una carriera artistica precoce subisce, di fatto, delle gravi interferenze riguardo al suo sviluppo adolescenziale.  Ricordo, a tale proposito un lavoro psicoanalitico che si intitolava “Il dramma del bambino dotato”. Sembra che la capacità creativa sia una prerogativa della mentalità adulta e abbia a che fare con il concepimento e la crescita della prole o con un suo equivalente simbolico. 

 

 

L’ area delle relazioni intime

E’ un’area vitale per lo sviluppo e la realizzazione del soggetto, in quanto un buon rapporto di coppia non solo contribuisce a mantenere l’equilibrio psichico di entrambi, ma, in qualche modo “bonifica” l’ambivalenza che ciascun partner nutriva nei confronti dei propri genitori.

Se per il bambino una “buona coppia” ha un effetto strutturante positivo, per l’adulto ha un effetto di mantenimento della salute mentale. La vita non può essere affrontata in solitudine; il sentirsi soli ed isolati provoca nel soggetto un senso di vuoto che tende a sfociare nella depressione od a covare sentimenti di ostilità e di rabbia nei confronti del mondo e della vita. Poiché la coppia si fonda su un’intesa affettiva e sessuale, ogni perturbazione che limita tale intesa produce effetti che, se perdurano, portano alla rottura del rapporto. Il danno subito da uno dei componenti la coppia si riflette spesso sull’altro in termini di danno indiretto.

In quest’area mi riferisco solo alla relazione di coppia, pur esistendovi anche altre relazioni “intime” importanti quali, ad esempio, una profonda amicizia

Il danno all’immagine, sia esso connotato in termini estetici che in termini etici, può risvegliare sentimenti di indegnità, di svalutazione del sé che, quando intaccano le relazioni intime, possono arrivare ad un tale grado di gravità da sfociare nel suicidio.

Poiché le altre aree assumono sostanzialmente un significato simbolico rispetto ai legami affettivo-sessuali, un danno che turbi quest’area relazionale si estende a tutti gli altri contesti

Tra le relazioni intime ha particolare importanza l’attività sessuale, sia quando essa fa parte di un rapporto d’amore, sia, paradossalmente, anche quando la sessualità è utilizzata in maniera strumentale, vale a dire, quando serve a sostenere il sentimento di potenza o la posizione di dominio dell’altro; purché tale sfruttamento sia contenuto entro certi limiti. Sarebbe come dire, capovolgendo il noto proverbio, “meglio male accompagnati che soli”.

I motivi per cui l’integrità della funzione sessuale è così importante sono diversi, ma il più rilevante è dato dal fatto che la sessualità ha una natura “concreta” che è in grado di sostenere l’onnipotenza.

Nell’uomo ha più a che vedere con la potenza esercitata in maniera palese; nella donna ha a che vedere con la seduttività per cui gli aspetti di dominio sono spesso subdoli, mascherati.

Per assurdo l’attività sessuale è più importante per i soggetti nevrotici che per i soggetti “normali”; mentre, per questi, le carenze sessuali possono essere compensate a livello affettivo, per i primi l’impotenza sessuale e la frigidità sono un grosso ostacolo al mantenimento di un equilibrio psichico; al punto che la lesione della capacità sessuale può provocare danni psichici molto gravi.

L’area dei rapporti intimi è di difficile valutazione tranne che per i casi in cui una lesione organica giustifichi oggettivamente la perdita della capacità sessuale. Negli altri casi è importante la correlazione tra quanto dichiarano gli interessati e i loro coniugi (che devono sempre essere ascoltati), con quanto si può rilevare nel colloquio clinico o dall’esame dei protocolli dei test.

Anche in questo caso il concetto di relazioni intime, quando è riferito al minore va considerato in rapporto all’età specifica (meglio sarebbe dire: alla fase di sviluppo del soggetto); riguarda il rapporto affettivo tra fratelli e tra figli e genitori, considerati però dalla parte del figlio, vale a dire dal suo “vertice di osservazione”.

L’attività sessuale, che dopo la liberalizzazione dei costumi, è ritenuta lecita anche per il minore con età superiore ai 13 e 14 anni (a seconda che si tratti di rapporti tra minori o tra un adulto e un minore) non è una vera relazione intima. Per dimostrare quanto appena affermato dovrei esporre i fondamenti teorici che riguardano lo sviluppo adolescenziale, ma esulano però dal presente lavoro.

 

 

Area delle relazioni familiari.

Riguarda sia i rapporti tra fratelli che tra ascendenti e discendenti (genitori-figli, nonni-nipoti). Tale area di indagine è particolarmente importante quando si deve valutare il danno indiretto, come, ad esempio, il danno da uccisione di un congiunto. Altri casi riguardano eventi che hanno a che fare con la maternità o la paternità. Ma non solo: si tratta di un’area l’implicazione della quale si sta certamente espandendo anche in funzione dell’evoluzione del diritto di famiglia e delle leggi che si occupano della fecondazione o dell’interruzione di gravidanza.

Per il minore il punto di vista nelle disfunzioni relazionali va trattato nell’ambito di un’indagine adolescenziale.

 

 

Area delle relazioni sociali

L’uomo è un essere sociale: il suo sviluppo psichico e l’equilibrio psichico che ne consegue sono dipendenti non solo dalle relazioni familiari, in primis quelle con i genitori, ma, a partire dall’adolescenza, anche con il gruppo dei coetanei.

Certamente la socializzazione ha importanza anche per il bambino, ma le relazioni tra i bambini sono sempre orientate o strumentali rispetto al più centrale rapporto con i genitori. Nell’adolescenza invece il rapporto con i coetanei è davvero vitale per la crescita e l’educazione. A quest’ultimo riguardo dovrei esporre una teoria dell’adolescenza che oltre a confermare queste mie affermazioni, renda ragione della grande importanza che assume, nella fase adolescenziale, il rapporto con il gruppo dei coetanei, dell’uno e dell’altro sesso; per tale aspetto rinvio al lavoro più ampio al quale ho fatto riferimento nella nota (2) all’inizio del presente scritto.  

 

 

Area delle relazioni intrapsichiche ( rapporti con il Sè).

Riguarda l’autostima, la percezione della propria immagine psichica e corporea. Il Sé è un concetto più ampio di quello dell’Io; esso include i rapporti del soggetto con le figure genitoriali interiorizzate.

La percezione che ciascun soggetto ha di se stesso dipende dalla valutazione e dal giudizio che egli ritiene abbiano di lui i genitori interiorizzati, ma dipende anche dal giudizio esterno. La valutazione di se stessi è, ovviamente, razionalizzata e giustificata da elementi che il soggetto ritiene oggettivi in quanto le vere ragioni sono di natura intrapsichica inconscia. E’ comunque importante rendersi conto di quanto sia importante per ogni individuo l’integrità della stima di sé.

A questo punto possiamo rispondere in senso affermativo alla domanda posta sull’utilità di approfondire la natura delle capacità funzionali, in quanto esse costituiscono “l’equipaggiamento” mentale idoneo per affrontare con successo la sofferenza psichica. Questo approfondimento con l’aggiunta della verifica della correlazione esistente tra le diverse aree dovrebbe permettere di affrontare con aspettative positive il problema della prova che è ben diverso da quello preteso per il danno fisico. Ogni disfunzione psichica avvenuta in una delle diverse aree di attività e relazionali (quindi ogni danno psichico) deve poter trovare riscontro nella concomitante diminuzione o nella perdita di una o più funzioni mentali nelle altre aree di attività o relazionali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 2 – LA DETERMINAZIONE DEL DANNO PSICHICO

 

L’oggetto dell’indagine peritale

A questo punto abbiamo a disposizione tre concetti sui quali contare per affrontare il problema della quantificazione del danno:

 

La determinazione dell’eventuale danno psichico avviene attraverso l’indagine che riguarda tutti e tre questi elementi; nel senso che l’evento traumatico deve aver prodotto dei mutamenti negativi relativamente a tutti e tre gli elementi considerati.  .

E’ indifferente quale sia l’ordine in cui tali elementi vengono presi in considerazione.

Possiamo, ad esempio, iniziare confrontando quale sia stata la situazione relativa alle aree di realizzazione ante evento traumatico e poi confrontarla con la situazione attuale.

Possiamo poi verificare quale sia il tipo di ansia sofferto dal soggetto dopo l’evento traumatico; evidenziando la correlazione tra tale tipo di ansia e i turbamenti avvenuti nelle diverse aree di realizzazione.

Possiamo infine confermare questa correlazione indagando sul grado di efficienza delle singole funzioni.

Prendiamo, ad esempio, un soggetto che mostri degli aspetti depressivi che sono, secondo lui, responsabili della perdita del lavoro, del suo stato di chiusura, delle sue difficoltà con il partner e che egli imputa al fatto traumatico subito. Egli denuncia inoltre un timore agorafobico che gli ha fatto perdere le sue amicizie ed un’apatia persistente legata alla sensazione di fallimento. Esaminando la situazione potremmo riscontrare, in effetti, una differenza peggiorativa rispetto al passato; ma se dai colloqui clinici e dalla somministrazione dei test proiettivi  individuare poi, nel soggetto, delle evidenti caratteristiche isteriche o istrioniche, potremmo ritenere, con un certo fondamento, che le sue lamentele depressive siano simulate e fraudolente. In tal caso un ulteriore colloquio clinico potrebbe permetterci, usando maggiore attenzione, di rilevare elementi simulatori o manipolativi che ci erano, in un primo tempo, sfuggiti, e quindi farci decidere in tal senso con validi motivi. Ma questo è solo un esempio che non rende ragione di tutte le  incongruenze che un esame tripartito potrebbe mettere in evidenza. Sono poi convinto, che la mancanza di una verifica “incrociata”, mantenendo elevate le difficoltà di valutazione del danno  crei nelle Società Assicuratrici un clima di sospetto pseudo-paranoide che inducendo a “fare di tutt’erba un fascio”, penalizzi proprio quei soggetti che effettivamente hanno subito un danno  che avrebbero il diritto di vedere adeguatamente valutato e risarcito. Essi sono troppo presi dalla loro sofferenza mentale per architettare strategie simulatorie tendenti ad ottenere il risarcimento danni, al punto che si trovano svantaggiati in rapporto ad altri più subdoli soggetti.

A questo proposito ho trovato spesso soggetti che hanno richiesto il risarcimento del danno psichico solo perché sollecitati dai loro familiari essendo troppo presi, ad esempio, dalla loro depressione, per trovare energia a sostegno di una giusta rivendicazione.

Quest’ultimo argomento mi porta ad anteporre alla presentazione dei miei criteri di quantificazione, alcuni problemi non affatto marginali che riguardano sia la determinazione che il rapporto causale tra evento traumatico e danno psichico. Affronterò qui il problema delle concause e il problema della “negazione” del disagio psichico.

 

 

Il problema delle concause

E’ noto che per ottenere il risarcimento di un danno psichico è necessario dimostrare, oltre all’esistenza effettiva del danno, anche che tale danno è in rapporto di causa-effetto con l’evento considerato come traumatico. E’ anche necessario che colui che ha subito il danno non abbia avuto alcuna responsabilità, né per quanto riguarda il verificarsi dell’evento traumatico, né per quanto riguarda il suo livello di gravità.

A tale riguardo l’obiezione che  sovente viene opposta alla richiesta di risarcimento dalla parte “resistente”  non  è tanto o, meglio, non solo quella che contesta l’esistenza del danno psichico o la sua gravità; ma quella secondo la quale il disagio psichico presentato dal soggetto non può essere imputato al fatto traumatico in quanto già preesistente. In tal caso, la richiesta di un risarcimento non avrebbe fondamento mancando il rapporto causale. Per provare il fondamento di tale affermazione di preesistenza del danno psichico, ci si appella generalmente al risultato dei test, specie quando il test somministrato è il Rorschach (che è considerato un test di struttura). Nel caso, infatti, in cui il test metta in evidenza tratti della personalità compatibili con l’effettiva esistenza del danno funzionale lamentato dalla vittima, questi vengono  ritorti contro la vittima, interpretando tali tratti di personalità come la riprova che suoi disturbi sono di vecchia data, in quanto elementi strutturali. Paradossalmente, ciò che dovrebbe dare ragione alla vittima gli viene ritorto contro.

Il ragionamento della parte resistente, in tali casi, è il seguente: “Il test è un test che mette in evidenza una struttura psichica, e poiché una struttura, per definizione, è un’organizzazione stabile nel tempo e scarsamente soggetta a modificazioni, ciò significa che i disturbi funzionali o mentali dichiarati dal paziente, essendo rilevati anche dal test in questione, sono la riprova che il danno psichico patito aveva radici in un tempo molto antecedente all’evento traumatico.”.

Ancora una volta si fa un errore di valutazione, molto simile a quello effettuato dal CTU nel caso da me più sopra citato, utilizzando un ragionamento logico in sé sembra sostenibile, ma viziato  in quanto parte da un presupposto errato.

A parte il fatto che gli stessi studiosi del Rorschach hanno sempre lamentato i limiti di tale test, i cui risultati si configurano come uno “spaccato” della mente riferito al momento presente e quindi poco utile per fare sia ipotesi eziologiche che previsioni prognostiche, l’errore di fondo, come spesso accade quando ad occuparsi della mente è un medico-legale, deriva dal fatto che si fraintende il significato di struttura mentale. La struttura mentale, come già ho segnalato, non è affatto un’entità stabile, ma un insieme di elementi psicodinamici in equilibrio instabile, per cui estendere lo stato mentale a ritroso nel tempo è un’operazione aleatoria che non è sostenuta da alcuna prova. Lo dimostrano, ad esempio, le psicosi ciclotimiche, nelle quali stati maniacali si alternano a stati depressivi con, inoltre, una tendenza del paziente, nelle fasi di intervallo, ad utilizzare meccanismi psichici di marca ossessiva. D’altronde, se la struttura mentale posta in evidenza dal Rorschach fosse così stabile, non si vede perché tutti i manuali di utilizzazione del test insistano nel raccomandare che venga evitato, nel corso della somministrazione, ogni minima interferenza sia ambientale che personale. Se la struttura mentale fosse così stabile non ci si preoccuperebbe che le condizioni di luce siano ottimali, che il testista eviti anche il minimo intervento che possa diventare un’induzione, che le tavole siano presentate sempre con modalità uniformi ecc.

Ma quello di cui non si rende conto chi denuncia la preesistenza del disagio psichico, è che l’ipotesi da lui sostenuta non solo non giustifica un rigetto della richiesta di risarcimento, ma, a ben vedere, va a vantaggio del soggetto danneggiato. Il fatto che il test abbia messo in evidenza elementi che confermano il disagio psichico lamentato dal soggetto, serve solo per confermare che quanto da lui dichiarato è veritiero e non frutto di esagerazione o simulazione.

Inoltre, se il soggetto aveva davvero una struttura tale da causargli un disagio anche in assenza di traumi, allora si dovrebbe poter rintracciare nel suo passato momenti di crisi e disfunzioni relazionali che, stante la sua fragilità psichica, avrebbero dovuto manifestarsi con una certa frequenza.

In altre parole, il disagio psichico funzionale del soggetto, per non essere imputabile all’evento traumatico del quale è stato vittima, avrebbe dovuto essere rintracciabile nel passato con una certa continuità oltre che con una certa evidenza.

E non regge nemmeno l’affermazione che gli elementi disfunzionali evidenziati dal test sono la riprova che esiste una concausa, perché comunque il discorso appena concluso varrebbe comunque.

L’effettivo peggioramento della situazione post trauma rispetto a quella ante è sufficiente per dimostrare il rapporto causa-effetto perché, in caso contrario, dall’esame delle diverse aree di realizzazione non dovrebbe emergere alcuna variazione significativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAP. 3 LA QUANTIFICAZIONE DEL DANNO PSICHICO

 

 

I criteri di quantificazione del danno

Una volta stabilito che il danno psichico consiste nella diminuzione delle capacità funzionali di far fronte alla sofferenza psichica (persecutoria, depressiva e confusionale) riattivata ad opera dell’evento danno; una volta stabilito che il danno psichico è oggettivamente determinabile esaminando ed evidenziando:

a) i turbamenti avvenuti nelle diverse aree di espressione e di realizzazione della personalità,

b)  la natura della sofferenza psichica,

c) le carenze funzionali che ne hanno impedito la tolleranza e il superamento.

Dobbiamo ora individuare un criterio di quantificazione che abbia un fondamento nella realtà relazionale del soggetto ma che possa essere trasformato in indici oggettivi (valori percentuali) tali da poter essere utilizzati dal magistrato in sede decisionale. In altri termini dobbiamo costruire dei parametri di verifica della realtà del danno psichico a partire dalle conseguenze che esso ha avuto sull’esistenza del danneggiato.

Il criterio di attribuire un valore in punti percentuali ad una determinata configurazione del disagio psichico è in sé valido, costituendo una scala di livelli di gravità in linea con l’obbiettivo della personalizzazione del danno. Il fatto è che tale graduazione non è deducibile dalla nosografia psichiatrica, né tanto meno dai manuali di valutazione medico-legali creati per la valutazione del danno fisico, in quanto non permettono né la personalizzazione del danno, né la sua verifica, e nemmeno la sua confutazione.

 In altre parole la scala di valutazione è buona ma non il metodo per arrivare alla percentualizzazione. L’anamnesi psichiatrica non è in grado di distinguere, checché se ne dica, tra un soggetto che simula una depressione e un soggetto che l’abbia davvero patita. I test proiettivi hanno, in questo senso, maggiore significatività, ma oggi la loro conoscenza è così diffusa che non è difficile per una vittima trovare delle informazioni che gli permettano di fornire risposte atte a confermare la legittimità della sua richiesta di risarcimento.

E’ del resto legittimo aspettarsi che nell’ambito del diritto risarcitorio, i tradizionali criteri diagnostici di marca psichiatrica non siano affatto utilizzabili, non solo per determinare o quantificare il danno psichico, ma nemmeno per salvaguardarsi da una sua esagerazione o simulazione. Quando un paziente si reca a consultare uno psichiatra o uno psicologo clinico, ha tutto l’interesse (salvo casi particolarissimi) ad essere sincero, in quanto non trarrebbe alcun vantaggio dal mentire; anzi, sprecherebbe inutilmente tempo e denaro. Nel caso di una richiesta di risarcimento danni, il danneggiato ha invece tutto l’interesse ad esagerare o a simulare un disagio psichico, perché in assenza di tale disagio egli non avrebbe diritto ad alcun risarcimento.

Il criterio da me proposto, permette invece, da questo punto di vista, una verifica per così dire “probatoria”, contando sia sulla possibilità di confrontare la situazione ante da quella post evento traumatico, sia sulla possibilità di un’indagine “incrociata”.

Per questa indagine incrociata sarà comunque necessario ricorrere ad un’adeguata metodologia di indagine attuabile attraverso l’utilizzo di un apposito protocollo di indagine.

Ma se la verifica incrociata permette di determinare l’esistenza del danno psichico, non abbiamo ancora preso in esame un criterio che permetta una trasformazione in valori percentuali rispettando il principio della personalizzazione del danno.

 

 

I diversi livelli di gravità delle menomazioni funzionali.

Il criterio di quantificazione che vado a proporre, parte dalla suddivisione del danno in fasce di gravità. Tali fasce di gravità ed i relativi valori percentuali corrispondono a quelli già utilizzati da diversi Enti previdenziali quali l’INAIL e l’INPS e contenuti anche in alcune norme di Legge (Norme sulle assunzioni obbligatorie), per cui la loro scelta è stata mutuata da criteri di quantificazione già da tempo in atto e che sono quindi unanimemente condivisi.

Ho scelto dunque come parametri di riferimento quattro diverse fasce di gravità corrispondenti ad altrettanti intervalli percentuali.

Il danno psichico è stato cosi suddiviso in:

 

Danno lieve: che comprende le percentuali d’invalidità che vanno dall’1 al 10%

Danno rilevante: che comprende le percentuali d’invalidità che vanno dall’11 al 33%.

Danno grave: che comprende le percentuali d’invalidità che vanno dal 34 al 66%.

Danno molto grave: che comprende le percentuali d’invalidità che vanno dal 67 al 100%.

Per valutare l’incidenza del disagio psichico nelle diverse aree relazionali, abbiamo graduato tali aree con quattro valori crescenti che corrispondono al valore percentuale mediano delle diverse aree di gravità appena menzionate. Per cui:

 

·         il danno lieve sarà valutato come corrispondente al 5% (valore medio tra 0 e 10);

·         il danno rilevante sarà valutato come corrispondente al 21% (valore pari alla somma del valore massimo della fascia del danno live, cioè 10, + l’11% che è il valore mediano tra 11 e 33 );

·          il danno grave sarà valutato come corrispondente al 49% (valore pari alla somma del valore massimo della fascia del danno rilevante, cioè 33, + 16 che è il valore medio tra 34 e 66);

·         il danno molto grave sarà valutato come corrispondente all’83% (valore pari alla somma del valore massimo della fascia del danno grave, cioè 66, + 17 che è il valore medio tra 67 e 100.

 

Nella tabella di valutazione non si tiene conto di danni superiori all’83% in quanto riservati a casi di gravissimo danno psichico irreversibile che rappresentano casi eccezionali che potranno comunque essere valutati secondo la discrezionalità del giudice. Esiste del resto un pregiudizio difficilmente superabile che tende a sottovalutare l’entità del danno psichico rispetto al danno fisico per il quale ultimo le valutazioni vicine al 100% sono invece previste (vedi gli stati di coma, gli stati molto simili ad un’esistenza vegetativa; stati di paralisi totale che pur non sono incompatibili con la vita psichica ecc.).

Credo che questa sottovalutazione dipenda anche dalla maggiore oggettivazione del danno fisico, nel senso che è ritenuta più difficile la simulazione, anche se non sempre questo è vero se si considerano danni del tipo “colpo di frusta” o i danni conseguenti a traumi cranici).

Ma vi sono anche altre ragioni che non è qui il caso di considerare ma che comunque troveranno spazio nel mio più ampio lavoro in preparazione.   

 

Il criterio di cui sopra dà luogo è riassunto nella tabella riportata qui di seguito: nella colonna di sinistra sono riportate le aree di attività e relazionali mentre nella colonna di destra sono riportate le diverse fasce di gravità in termini di valori percentuali “mediani”.

 

 

AREE DI ATTIVITA E RELAZIONALI

 

        LIVELLI DI GRAVITA’

 

Lieve Rilevante Grave Molto grave

Area dell’attività lavorativa

   5

21

     49

83

Attività extralavorativa

   5

   21

     49

       83

Area delle relazioni intime

   5

   21

     49

       83

Area delle relazioni familiari

   5

   21

     49

       83

Area delle relazioni sociali

   5

   21

     49

       83

Area delle relazioni intrapsichiche

   5

21

     49

       83

 

Esempio di calcolo:

Ad un soggetto che abbia subito, a seguito di una forma depressiva, un danno funzionale nelle singole aree di realizzazione e classificabile rispettivamente come rilevante, grave, rilevante, grave, rilevante, grave avrà il seguente punteggio:

 

 

                        21 + 49 + 21 + 49 + 21 + 49

                       -----------------------------------=  35% di invalidità psichica

                                              6

 

 

E’chiaro che, a questo punto, la domanda che viene spontanea è quale sia il criterio per stabilire quando un turbamento avvenuto in una singola area possa essere definito lieve, piuttosto che rilevante, grave o molto grave.

Io credo che la connotazione in termini di gravità non possa essere perfettamente standardizzata, ma possa essere solo di natura descrittiva, prendendo però in considerazione la necessaria coerenza tra disfunzione e tipo di ansia dominante (persecutoria, depressiva e confusionale), e verificando quali siano le funzioni divenute carenti, assenti, o negative a seguito del trauma.

In ogni caso si tratta di un problema che io e il mio gruppo di studio abbiamo affrontato e che presentiamo qui di seguito anche se si ritiene ancora suscettibile di miglioramento.

 

 

Criteri di attribuzione delle percentuali di gravità in funzione dei livelli di gravità.

 

Area dell’attività lavorativa:

 

Danno molto grave:

 

Danno grave

 

Danno rilevante

 

Danno lieve

 

 

Area dell’attività extra lavorativa

 

Danno molto grave

 

Danno grave

 

 

 

Danno rilevante

 

Danno lieve

 

 

Area delle relazioni intime

 

Danno molto grave

 

Danno grave

 

Danno rilevante

 

Danno lieve

 

 

Area delle relazioni familiari

 

Danno molto grave

 

Danno grave

 

Danno rilevante

 

Danno lieve

 

 

Area delle relazioni sociali

 

Danno molto grave

 

Danno grave

 

 

Danno rilevante

 

 

Danno lieve

 

 

Area delle relazioni intrapsichiche (rapporti con il Sé).

 

 

Danno molto grave

 

 

Danno grave

 

 

Danno rilevante

 

Danno lieve

 

 

Osservazioni

 

a) Per la rilevazione dei livelli di gravità occorre che siano attribuibili al soggetto almeno due voci coerenti tra loro;

 

b) riteniamo che per lo stesso soggetto non vi possa essere, tra le diverse aree relazionali, uno scarto maggiore di un livello di gravità; uno scarto maggiore tra i livelli di gravità è probabile sia sempre frutto di un’errata valutazione. Anche se in teoria è sempre possibile che un’area possa effettivamente avere subito una disfunzione molto diversa da quella riscontrata per le altre aree, sarà comunque opportuno che, presentandosi questa evenienza, sia riconsiderata la valutazione e, nel caso che lo scarto tra i diversi livelli sia riconfermato, dovrà essere possibile motivare le ragioni dell’anomalia;

 

c) riteniamo che occorra sempre verificare la coerenza tra tipo di ansia e disfunzione psichica. Vale dire che, ad esempio, un’incapacità di contenere la sofferenza depressiva male giustifica la presenza di manifestazioni isteriche o di aspetti paranoidi. Lo stesso vale per l’interpretazione dei protocolli dei test che deve trovare conferma nei colloqui clinici.

d) in caso dell’esistenza accertata di concause, vale a dire nell’eventualità che le disfunzioni psichiche del soggetto danneggiato possano essere, in parte, legittimamente retrodatate rispetto al momento dell’evento traumatico, la determinazione della percentuale di gravità avverrà confrontando lo stato psichico del soggetto ante trauma con quello post trauma. Riteniamo, in ogni caso, che l’onere della prova dell’esistenza di una concausa debba gravare sul danneggiante.

 

 

Altri problemi e considerazioni

Una delle domande che ci si può porre riguardo ai criteri di quantificazione è la seguente: è sempre necessario provare l’esistenza del danno per giungere alla sua determinazione? Oppure vi sono casi nei quali il danno può essere presunto (capovolgendo quindi l’onere della prova) o addirittura certo?

A tale proposito potremmo distinguere tre categorie di atti o comportamenti illeciti:

 

a) atti o comportamenti certamente traumatici, ai quali il danno psicologico e la sua entità possono essere imputati senza onere di prova [damnum certum et certum quantum]

In tali casi, sia il nesso causale, sia la quantificazione del danno, possono essere dati indipendentemente dal fatto che i suoi effetti siano immediatamente constatabili. Anche perché, questi casi sono caratterizzati dal fatto che spesso il danno psichico prodotto si rivela nella sua entità solo nel lungo termine. E’ fuori dubbio, ad esempio, che una violenza sessuale perpetrata da un adulto su di un bambino, produrrà sempre in quest’ultimo una menomazione psichica grave.  La prova, in questo caso, dovrebbe essere superflua, anche perchè i disturbi psichici del soggetto sono, in questo caso, destinati a manifestarsi solo nel futuro (nel corso dell’adolescenza, ma spesso anche più tardi). Certamente potrà essere presa in considerazione tutta una serie di fattori aggravanti o attenuanti l’intensità traumatica dell’evento; ma non dovrebbe mai essere messa in discussione la realtà del danno psichico, né la sua gravità. Potremmo definirla come la categoria del danno psicologico “certo”. Tale categoria è comunque un contenitore che può essere riempito da una tipologia del danno solo dopo un’attenta valutazione psicologica che sia, inoltre, convincente al punto da poter avere l’avallo in sede giurisprudenziale.

Nel caso della violenza sessuale, in particolare, vi è ancora molta incertezza sia sulla definizione di cosa si intende per atto sessuale, sia per quanto concerne le conseguenze che questo può avere nella psiche della vittima. Mentre se si tratta di un bambino si tende ad una sopravalutazione del danno, anche nel caso in cui non si è sicuri se il bambino abbia davvero connotato in termini sessuali il comportamento adulto; nel caso in cui la vittima sia una donna il danno tende ad essere sottovalutato. Ma questo argomento merita un capitolo a parte. Specie nel caso che la vittima sia un minore.

 

b) atti o comportamenti certamente psicologicamente dannosi, ma per i quali l’entità del danno psicologico loro attribuibile è grandemente variabile. [damnum certum, quantum incertum]

 La gravità del danno dipende da tutta una serie di fattori concomitanti che incidono grandemente sull’aspetto quantitativo. Un’aggressione, una rapina o reiterate vessazioni morali, producono certamente un danno psicologico; ma la sua entità è da stabilire volta per volta.

Nel caso del danno da rumore, ad esempio, pur essendo certa la sua incidenza negativa sulla vittima, di rado è valutabile come grave o molto grave (a meno che non abbia portato ad un’evidente sordità).

L’abbandono di un bambino da parte del padre (fermo restando l’affidamento alla madre), è certamente dannoso, ma occorre un’accurata indagine per accertarne la gravità (durata, figure vicarie ecc.).

Ciò che differenzia questa categoria dalla precedente è che l’entità del danno deve sempre essere accertata.

Non sempre alla certezza del danno corrisponde quindi un’elevata gravità.

 

c) atti o comportamenti o fatti definibili come illeciti ma la cui natura traumatica o lesiva relativamente alla insorgenza di un danno psichico, deve sempre essere provata; [damnum incertum et quantum incertum]

I casi che rientrano in questa categoria sono forse la maggioranza e possono riguardare anche vaste aree del Diritto.  Un esempio in tal senso è dato dal così detto danno da mobbing che è concomitante con fattispecie regolate dal Diritto del lavoro; un altro esempio è dato dai danni che hanno a che fare con il contesto familiare e quindi con fattispecie regolate dal  Diritto di famiglia. E’ chiaro che l’identico evento dannoso non sortisce gli stessi effetti psicologici.

E’ anche il caso di tutti gli atti illeciti che comportano una lesione fisica permanente. Non è detto che necessariamente abbiano effetti psicologicamente dannosi. Un danno fisico ha poi effetti diversi a seconda che sia subito da un soggetto sano o già menomato. Basti pensare ad un danno subito da un invalido all’unico arto sano, o un danno visivo subito da una persona con visione monoculare.

 

 

Danno da atto o comportamento lecito.

La domanda è: un soggetto può essere chiamato a risarcire un danno provocato da un suo atto lecito?

Posta in tal senso, la domanda non può che avere una risposta negativa. Ma un atto normalmente lecito può in certi casi perdere la sua liceità e quindi diventare imputabile e quindi responsabile di un danno? Ciò può dipendere dalla conoscenza o meno, da parte dell’agente, del fatto che la vittima era portatrice di una menomazione. Vale a dire che io non posso giustificarmi affermando che quella che ho dato ad un tale è stata una semplice, amichevole, pacca sulla spalla, se sapevo che la persona soffriva di un grande difetto di deambulazione che rendeva grandemente incerto il suo equilibrio. Se gli effetti dannosi sono invece conseguenza di un atto illecito, è il grado di responsabilità ad essere diverso (dolo o colpa) a seconda se la menomazione della vittima era nota oppure no; ma questo non influisce sulla quantificazione del danno.

Alcuni atti debbono la loro traumaticità all’atteggiamento dell’agente. E’ legittimo un sistema educativo che includa anche delle punizioni, ma un’educazione con punizioni sistematiche, comminate ”a freddo”, ha un effetto dannoso di cui l’educatore deve essere ritenuto responsabile. Un imprenditore può legittimamente comunicare l’avvenuto licenziamento per giusta causa ad un suo dipendente, ma non può farlo in maniera che questa comunicazione dia luogo ad un’umiliazione essendo stata effettuata dinanzi ai colleghi e in modo tale da offendere la dignità dell’interessato. Ma si tratta di una materia che deve spesso fare i conti con i principi del diritto; al punto che una palese ingiustizia individuale assume la natura di altare sacrificale rispetto a più ampie garanzie legislative.

 

 

Il danno indiretto

Si tratta di un danno “conseguenza”, il cui risarcimento non viene richiesto dalla vittima che è rimasta direttamente lesa dall’evento, ma da colui sul quale il danno, in funzione del fatto che il danneggiato era un congiunto od una persona talmente significativa per lui, è “rimbalzato” (da qui la definizione del danno indiretto come “danno da rimbalzo”).

L’esempio tipico è quello del danno da uccisione o da grave lesione di un congiunto: si ritiene che la moglie, i figli, i familiari e, in certi casi, anche il convivente della vittima o i fratelli, possano aver risentito, anche gravemente, per quanto accaduto al loro congiunto.

Il danno indiretto dovrebbe essere preso in considerazione quando è di una certa gravità e quando il soggetto che vanta un danno indiretto abbia davvero un forte legame affettivo con la vittima. Per questo motivo non possiamo essere d’accordo con un criterio di quantificazione che assegni, ad esempio, “a tutti i coniugi” del danneggiato un risarcimento di pari importo.

A rigor di logica, infatti, quasi tutti i danni possono in qualche modo “rimbalzare” sui congiunti; da qui la necessità di valutare la cosa in termini di gravità e di consistenza del legame affettivo. E’ per questo che si esclude che certe categorie di soggetti che non nutrivano un particolare affetto per la vittima, possano vantare il diritto ad un risarcimento per danno indiretto (coniuge separato con addebito, fratello che vive da anni in un altro paese e con scarsi contatti con la vittima ecc.).

 

 

Il danno da omissione

Possiamo ragionevolmente affermare che vi possono essere danni prodotti da un’omissione piuttosto che da un concreto atto o comportamento dannoso. L’omissione riguarda non tanto i doveri quanto gli obblighi; anche se, in fondo, anche quando nel diritto si parla di dovere spesso si intende che il soggetto è obbligato ad adempiere a quel dovere che quindi, di fatto, diventa un obbligo.

La distinzione tra doveri e obblighi ha senso, forse, dal punto di vista morale, ma non credo sia così separabile in ambito giuridico. A volte però tale distinzione comunque è giuridicamente rilevante. Se, ad esempio, un cittadino nota che un minore versa in uno stato di abbandono egli (a meno che non abbia un particolare ruolo in ambito educativo-istituzionale) ha il dovere e non l’obbligo di denunciare il fatto; ma se per la mancata denuncia il minore subisse un grave danno che la denuncia avrebbe certamente evitato?

 

 

Il danno esistenziale

Il problema del danno esistenziale rientra nella valutazione del danno psichico in una maniera del tutto particolare e, se vogliamo, complementare. A mio avviso hanno torto sia coloro che sostengono che la valutazione di tale tipo di danno debba essere totalmente lasciata alla discrezionalità del giudice, sia coloro che sostengono trattarsi di una voce distinta di danno.

Io credo che il danno esistenziale debba essere necessariamente  distinto in due parti. Una prima parte è costituita da quel danno oggettivo, che qualcuno ha anche definito come “perdita di chances e che, a mio avviso, sia pure con una definizione impropria, può essere valutato con gli stessi criteri che si utilizzano per quantificare il danno patrimoniale da “lucro cessante” e che può essere quindi quantificato dal giudice senza ricorrere ad alcuna valutazione psicologica. Questo è il vero e proprio danno esistenziale.

Una seconda parte del danno esistenziale, ha invece a che fare con una conseguenza psichica peculiare dell’evento subito che va ad aumentare, per così dire, la traumaticità dell’evento dannoso e quindi peserà sul livello di gravità del danno psichico. Poniamo che ad una donna, non più in età fertile, venga a mancare l’unico figlio. Vi è da un lato un danno psichico da lutto che può essere temporaneo o permanente, ma esso è aggravato dal fatto che la donna soffrirà anche della perdita del ruolo materno, che non potrà mai essere ripristinato; inoltre questa madre non potrà nemmeno contare sull’assistenza di un figlio sul quale avrebbe invece potuto contare in tarda età. Se la stessa donna avesse perduto il figlio in età fertile ed avesse avuto quindi la possibilità di concepire un altro figlio, o se non si trattasse di un figlio unico, il danno psichico da lei subito sarebbe stato, nel lungo termine, probabilmente, inferiore.

Il danno psichico che può seguire al lutto ha natura di danno psichico da rimbalzo, ed è valutato su base soggettiva; la perdita del ruolo materno, trattandosi di una donna non più fertile è quella parte di danno che potremmo definire anche come “esistenziale”, in quanto è di natura oggettiva, ma che, di fatto, è una delle condizioni che possono concorrere alla produzione di un danno psichico. La perdita di risorse, utilizzabile nella vecchiaia, che la donna ha subito non potendo contare sull’aiuto di un figlio, potrebbe essere quantificato come un danno patrimoniale (pari alla somma che dovrà sborsare per avere l’assistenza di una “badante), il senso depressivo dovuto ad una prospettiva di presunta solitudine rientrerà nel danno psichico. Nel caso di una nascita non voluta di un figlio handicappato, dovrà valutarsi il danno esistenziale anche nei termini delle notevoli spese che tale evento comporta nel presente e nel futuro.

La difficoltà di trattare il danno esistenziale come voce separata di danno, sta nella possibilità che ciò provochi una duplicazione risarcitoria.

 

 

 

Tipologia del danno psichico

La tipologia del danno psichico è alquanto articolata e richiede una trattazione a parte, in cui vengano presi in considerazione, uno ad uno, tutti tipi di danno diretto e indiretto che possono essere oggetto di richiesta di risarcimento.

Potremmo dire che la tipologia del danno costituisce la “Parte speciale” che segue alla “Parte generale” trattata in questo incontro seminariale. Occorre aggiungere che per ogni tipo di danno le problematiche che più sono in gioco sono quelle della definizione e della determinazione del danno. Per quanto riguarda invece la quantificazione credo che possiamo contare su quanto trattato in questo lavoro.

In ogni caso la tipologia del danno tende, oggi, ad allargarsi e ad approfondirsi al punto che alcuni tipi di danno possono costituire per lo psicologo giuridico una sorta di “specializzazione”, in quanto richiedono un attento approfondimento del campo di applicazione, oltre che della natura degli eventi dannosi come, ad esempio, nel caso del danno da mobbing. Spesso è un problema legale prima ancora che psicologico, in quanto la questione della responsabilità e della imputabilità è prioritaria. I tipi di danno vanno distinti solo a scopo euristico in quanto non costituiscono “voci” distinte di danno: esse confluiscono tutte nel danno biologico di natura fisica e/o psichica. La loro distinzione è necessaria, come dicevo, per i problemi della definizione e della determinazione del danno.

Oltre a quello inerente al così detto mobbing, un altro tipo di danno che ha destato il mio interesse al punto da trattarne a parte, è quello che ho definito come “danno da attività giornalistica”; si tratta di un argomento sempre attuale che ho approfondito in altra occasione ma che verrà ripreso nella Parte speciale del mio lavoro in preparazione.[3]

 

 

Metodologia di indagine del danno psichico.

La metodologia di indagine si astrae da quanto finora esposto e consiste in un protocollo di indagine che permetta di verificare sia quello che ho definito come “esame incrociato” degli elementi costitutivi del danno psichico, sia il confronto tra la situazione ante e post trauma.

Tale protocollo non richiede una forma particolare, nel senso che ciascuno può redigerne uno proprio, tenendo solo conto che il problema da risolvere è quello per cui i risultati di un indagine per essere attendibili e credibili devono soddisfare l’esame incrociato da me proposto ed essere privi di contraddizioni, vale a dire che devono rispondere ad una coerenza interna.

Si sente spesso affermare che la Psicologia o la Psicoanalisi non sono scienze. Credo che si tratti di un giudizio che si fonda su un equivoco; vale a dire che parte dal presupposto che le Scienze umane debbano essere validate o confutate con gli stessi metodi utilizzati per le Scienze fisiche.

La Psicoanalisi, in particolare, può essere validata o confutata non con il metodo sperimentale, ma valutando il suo grado di “coerenza interna”.

Un giudizio o, meglio, una descrizione psicodinamica relativa alla personalità di un determinato individuo deve essere fondata su elementi non in contraddizione tra loro, ma anche tali da concorrere armonicamente a legittimare tale descrizione. Detta descrizione, poi, deve poter essere riferita (entro certi limiti) ad altri casi omologhi.

Ma tutto ciò esula dagli scopi del presente lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

 

Dopo una premessa nella quale ho ribadito la necessità di una collaborazione interdisciplinare, introducendo il concetto di “doppia referenza” al posto del concetto di “doppia competenza”, ho preso in considerazione i problemi inerenti la definizione, la determinazione e la quantificazione del danno psichico.

Ho insistito sulla necessità di differenziare il danno biologico di natura fisica dal danno biologico di natura psichica, mostrando che si tratta non solo di voci diverse di danno, sia pure intese come sottospecie del danno biologico, ma anche di due “universi” differenti, in quanto la salute psichica è altra cosa che la salute fisica, pur considerando entrambi costitutivi del concetto più ampio di salute, diritto costituzionalmente garantito. A tale riguardo ho mostrato a quali situazioni valutative paradossali si giungerebbe se tale distinzione venisse elusa.  

Mi sono soffermato a chiarire la diversa natura del danno psichico ricorrendo al concetto di “sofferenza psichica” e precisando la sua tripartizione in ansia persecutoria, depressiva e confusionale. 

Ho poi definito il danno psichico utilizzando i concetti equivalenti di “funzione” e di “capacità funzionale” mostrandone la tipologia e correlandoli con i vari tipi di sofferenza mentale. Da qui ne è derivata la definizione di danno inteso come “danno funzionale”.

 Ho introdotto, a questo punto, il concetto di area di attività e di area relazionale, intese come settori di indagine per la rilevazione delle conseguenze psichiche dell’evento dannoso.

A questo punto ho preso in considerazione un criterio quantitativo fondato su quelli che ho definito come “livelli di gravità”.

Ne è risultata una modalità peritale che utilizza un metodo di indagine definibile come “incrociato”, in cui tipo di sofferenza psichica, diminuzione funzionale e compromissione della vita di relazione devono risultare correlati in maniera non contraddittoria.

Alcune considerazioni aggiuntive hanno cercato di indicare le ulteriori direzioni di indagine che riguardato il più ampio lavoro, rispetto al quale il presente scritto costituisce “uno stralcio” seminariale.

Questo sommario viene qui di seguito riassunto anche in forma grafica. Spero che esso possa agevolare la comprensione della sintesi appena fornita.  

 

 

RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DEL SOMMARIO

 

 
Casella di testo: Diminuzione
 funzioni
Casella di testo: Recrudescenza 
funzioni negative

Quaderni di psicologia giuridica già pubblicati.

 

 

N.1: Renato Voltolin                - Il danno psicologico (esaurito)

 

N.2: Renato Voltolin                - Pedofilia e Giustizia

 

N.3: Renato Voltolin                -  Danno psicologico e attività giornalistica

 

N.4: Renato Voltolin                - Omosessualità e giustizia.

 

N.5: Giovanna Baffi                 - Disturbi di apprendimento del bambino e.

                                                    regime di separazione coniugale

 

N.6: Grazia Arena                    - Psicologia e regime carcerario

 

N.7: R.Voltolin - C.Chiappini  - Violenza & Adolescenza

 

N.8: Renato Voltolin                - Quer pasticciaccio brutto............. della

                                                    consulenza tecnica psicologica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Sociologo, psicologo, psicoanalista, consulente civile e penale del Tribunale di Milano, direttore della Scuola di Psicologia giuridica di Milano.

[2] Lavoro tratto dal volume in preparazione che porta lo stesso titolo.

[3] Vedi “ Voltolin Renato: Danno psicologico e attività giornalistica” in “Quaderni di psicologia giuridica” n.3.